Comitato pro Chiesa Sant Antonio - Dro


La storia

La Chiesa

Breve storia della chiesa di S. Antonio di Dro

In fondo al paese di Dro, verso Arco, era situato un capitello dedicato a Sant'Antonio di Padova. Attorno ad esso era fiorita una devozione popolare molto forte che

coinvolgeva non solo Dro e Ceniga, ma anche "foresti" che accorrevano al capitello in pellegrinaggio per ottenere grazie e "miracoli".
Il santo veniva cercato e invocato soprattutto per la sua fama di guaritore. Secondo una leggenda popolare una madre avrebbe ottenuto dal santo la resurrezione del figlio

con la promessa di dare ai poveri tanto grano quant'era il peso del bambino. Per questo, in un mondo in cui la mortalità infantile era una triste realtà quotidiana.
Questa devozione diffusa in tutta Europa circolava anche intorno al capitello di Dro, e numerosi erano i forestieri che ogni giorno vi si recavano per compiere le loro pratiche

devozionali.
Nell'archivio comunale di Dro è conservato un documento che riporta una decisione presa dal sindaco di Dro Giacom Angeli e dai suoi consiglieri, letto alla presenza della

comunità nella Casa Comunale il 3 maggio 1662.
Questo documento ha come titolo: "Capitoli da osservarsi al capitel de Sant'Antoní", e descrive come ci siano "fanciulli, huomini e donne, quali molestano li forestieri che

ogni giorno vengono alla devotion del santo, dimandando l’elemosina a detti forestieri, con grave disturbo loro, diminuendo la devotione, e ciò apporta al nostro Paese più

presto scandalo che edificatione", perché questo fatto dà occasione a questi forestieri di mormorar dappertutto di questo, come se a Dro ci fosse una estrema povertà e

miseria.
Viene ordinato poi che chiunque sarà trovato a mendicare nei pressi del capitello o nel territorio che va dal capitello delle guardie fino a Sant'Abbondio, dovrà pagare "mezzo

ducato per cadauno".
Davanti all'immagine di S. Antonio venivano portati anche i neonati morti. Si invocava per loro un barlume di vita che permettesse il battesimo e con questo il premio del

paradiso.
A questo proposito la tradizione è testimoniata da un interrogatorio celebrato il giorno 8 maggio 1673 dal visitatore apostolico Hieronimo Balduino in occasione della

consacrazione della nuova chiesa.
L'imputata è una certa Lucrezia, vedova di Marco de Angeli, definita ostetrica di Dro. Viene accusata di aver portato infanti morti davanti all’immagine di Sant'Antonio allo

scopo di ridare loro vita e poterli battezzare, senza mai interpellare il curato od altri "periti" che potessero testimoniare "la realtà di tanti prodigi". Ella si difende affermando

che questa tradizione ormai da più di dieci anni si praticava davanti all'immagine del santo posta nel capitello, ora posta "nell'altare della chiesa fabbricatagli in questo stesso

luogo".
La levatrice non ha dubbi sull'efficacia miracolosa del santo: lei stessa è stata mediatrice di tali grazie ed appare convinta degli eventi miracolosi. Racconta di aver

somministrato il battesimo a "sette over otto" creature dopo averne avvertito segni di vita. La donna si difende inoltre affermando di aver imparato tale pratica dal curato

precedente, e di aver avuto molti testimoni fra cui religiosi e sacerdoti.
Il processo si conclude con una immediata diffida. L’imputata, dietro minaccia di scomunica, viene invitata a lasciare al curato il compito di "accertare" i segni vitali, alla

presenza di testimoni qualificati. Lo stesso curato è sollecitato alla cura e vigilanza perché simili episodi non abbiano ad accadere in futuro. Ma anche negli anni successivi

continuò la tradizione di portare i bambini nati morti davanti al santo magari con l'accondiscendenza del curato.
Come già accennato, spinta dalla grande devozione la comunità di Dro aveva intanto chiesto il permesso di erigere una cappella al posto del capitello situato all'inizio del

paese. Il documento che testimonia la delibera di trovare una collocazione più idonea all'immagine del santo porta la data del 7 agosto 1661. Quell'estate gli abitanti di Dro e

Ceniga si radunano in pubblica regola nel "curtivo della casa della magnifica comunità (attuale canonica) sito in capo a detta villa" per prendere le ultime contestate decisioni.
L'assemblea mugugna qualche malcontento e tocca al sindaco Gioan Bartolameoto prendere in mano la situazione ricordando i precedenti impegni. Espone come sia già

stata concessa licenza di fabbricare una cappella da parte dell'autorità ecclesiastica di Trento, basandosi sull'impegno della popolazione di realizzarla e mantenerla fornita di

tutto il necessario secondo quanto ordinato dal signor Vicario di Trento.
Non tutti sono d'accordo: c'è chi, spalleggiato dal Capitolo della Collegiata arcese, vorrebbe trasferire l'immagine miracolosa nella chiesa curaziale di San Sisinio, dove del

resto già da antica data esisteva una cappella dedicata a Sant'Antonio, altri invece sostengono la necessità di edificare un tempio consono nel luogo in cui "al presente il

capitello si trova e non altrimenti". Nella lite di paese il sindaco si schiera per la costruzione del nuovo edificio e così anche il proprietario del terreno su cui il capitello giace. Le

discussioni non cessano e per questo si indice un referendum, ascoltando prima il parere dei presenti e passando poi di casa in casa per raccogliere quello degli assenti.
Il seggio è presto costituito: il notaio si ritira in un orto attiguo, alla presenza di testimoni registra le volontà "ad uno per uno" degli astanti che ordinatamente passano

davanti a quell'urna improvvisata. A grande maggioranza i presenti "dìsseron e reverentemente protestaron che se colà dove si ritrova non venirà fabbricata la cappella non

permetteranno che l'immagine sia altrove trasportata".
Lo stesso esito si ebbe quando diligentemente il notaio, il sindaco, i consiglieri e i testimoni raccolsero i pareri di casa in casa o addirittura, se capitava l'occasione, per strada.

Questo documento si trova nell'archivio comunale "Miscellanee", anno 1661, 7 agosto.
Presa la decisione di edificare la cappella si diede immediatamente inizio alla fabbrica, tanto che la prima pietra venne posta il mese successivo, esattamente il giorno 11

settembre 1661. La comunità miracolata e devota al santo cominciò ad offrire denaro, materiali, oggetti, giornate di lavoro e quanto poteva servire per la costruzione.

Secondo la tradizione le offerte in denaro venivano deposte nel "zoco", il contenitore di pietra che fungeva da "cassaforte".
Per evitare possibili raggiri venne stabilito che il "zoco" fosse chiuso con triplice serratura, e che le singole chiavi venissero consegnate in mani diverse. L'arciprete di Arco, il

curato e il sindaco, che ne possedevano gli esemplari, dovevano dunque intervenire assieme per aprire il salvadanaio. Ai soldi si aggiungono beni di altro genere: spesso

cose che i fedeli si sentono di donare per esternare la loro devozione.
La chiesa possiede inoltre qualche piccolo legato, un fondo arativo, una porzione di casa in Dro, vincolata all'onere missario a favore di un certo Marco di Varignano. Sulla

base di queste entrate e delle offerte straordinarie, perlomeno nelle sue strutture fondamentali, la chiesa cresce rapidamente. Iniziata nel 1661 è quasi pronta nell'estate del

1667, come appare dall'iscrizione posta sopra il portale d'entrata e da una lettera indirizzata al Vescovo per ottenere la facoltà di affiggere tale "cartiglio".
L'iscrizione è in latino e si può tradurre pressappoco così: "Questa chiesa fu costruita per volontà della magnifica comunità di Dro e Ceniga e per le elemosine dei più fedeli".
La costruzione è semplice e lo stile sobrio, la pianta è composta da una sola navata relativamente ampia e regolare, che qualche anno più tardi verrà divisa dall'abside con

due balaustre marmoree ed una cancellata in ferro di pregevole fattura; la sacrestia è situata dietro all'altare.
La chiesa venne consacrata l'8 maggio 1673 dal vescovo di TrenSigismondo Alfonso di Thun con l'intervento dell'arciprete di Arco Biagio Fragiorgi e del curato di Dro

Battista Tomasi.
Fin dall'ottobre 1667 la messa provvisoriamente veniva celebrata sull’altare portatile. Presumibilmente l'altare è di legno con solo la mensa e l'antipendio. Per il momento

l'immagine di S. Antonio è collocata nella cornice lignea del precedente capitello (tuttora conservata dietro l'altare).
Per la consacrazione della chiesa anche la festa di contorno fu grande e la popolazione sfruttò l'occasione per dimostrare in altri modi la devozione al santo. C'era veramente

di tutto nella lista delle vivande, tanto da far salire il conto addirittura a 567 troni, 6 gazzette e 5 quattrini. Leccornie non certo di uso quotidiano, tra le cibarie troviamo:

"canelladi e mandorle inzucherade e muschiade, capperi, anguilla salada, limoni, ravanelli ed artichiochi, salame e mortadella, pignoli, mandorle ambrosine, sparesi, pever,

canela, garofoli, fior di nose moscade, pan di zuccaro, pignoli inzucheradi, pasti di marzapan, mostaroni fini doratti, rosette, carne di vitello, carne di manzo, carne de castrà,

carne di capretto, capponi, pizzoni, poine fresche, formai, ed altro ben di Dio. Non mancava naturalmente il vino: 233 mosse di un tipo e 102 di vernazza per oltre cento

troni". Davanti a tanto spreco e soprattutto alle richieste di rimborso presentate dal sindaco e dai massari della chiesa al Vescovado, la cancelleria trentina rispose che si era

esagerato: "siamo bastevolmente informati che l'apparecchio superfluamente allora fatto servì e fu consumato da diverse et molte persone non appartenenti a noi nè

all'atto della Visitazione".
Il "zoco" ormai posto ai piedi dell’altare evidentemente continuava a buttare quattrini, di pari ai miracoli del santo. Fu così che l'anno successivo, dopo aver preso

informazioni, "nel nome di nostro Signore e del Glorioso Sant'Antonio di Padova" venne deciso di costruire un altare di "pietra viva e di machia" per sostituire degnamente la

prima mensa lignea.
Il 24 febbraio "desiderando accrescere maggiormente l'onore e la Gloria di Dio ad honore sempre di questo suo avvocato e protettore" si diede mano al contratto con

Domenico Manentino di Mori "scultore e tagliatore professore di tall'arte", personaggio particolarmente attivo nella zona in quel periodo. L'altare doveva essere fatto

secondo il disegno, "con tutti li fornimenti e abbassamenti, et portione di detto altare".
Per il lavoro la comunità si impegnava a pagare mille "ragnesi" ed una "castellada d'uva" in questo modo, et cioè darli ragnesi cento all'anno... ma che detto Manentino sii

obbligato pigliare a buon conto almeno cento troni di robbe come mobili, uva, formento o altre biade a comun prezzo per ciaschuna ratta o ver centenaro de ragnesi sin

che sarà pagato". Una clausola prevedeva "che gli uomini di Dro fossero comunque obbligati a trasportare da Riva le pietre che il costruttore avrebbe invece pensato a far

condurre colà", nonché a mettere a disposizione dell'artista "la casa della chiesa da poter abitare fin tanto che lavorerà dette pietre".
E in effetti così avvenne, anche se il massaro della chiesa dovette poi sborsare altri cento ragnesi perchè il "Maestro" "pretendeva certi accrescimenti dì pietre messe in di più

in detto altare oltra il disegno... e altre mutate da bianco in macchia e lustrade".
Al maestro vennero inoltre commissionate dalla Confraternita della Fradaglia di Arco le balaustre in marmo che lo scultore mise in opera per la somma di 600 troni, e

successivamente il pavimento della chiesa, per pagare una rata del quale i massari dovettero cedere un "censo" (pezzo di terreno lavorato in affitto) alla Confraternita del

Santissimo Rosario di Dro.
Un' ultima interessante annotazione che emerge ancora dal libro di Sant'Antonio, testimonia che il saldo del massaro Evangelista Leoni, reso l'8 di agosto 1682, contempla

una somma pagata al Maestro Carlo Feraro dell'Albola per una cancellata: quasi sicuramente identificabile con la bella opera artigianale tuttora situata sulle balaustre che

delimitano il presbiterio.
A partire dall'ultimo decennio del Seicento la chiesa può dunque considerarsi ultimata anche per quel che riguarda l'interno.
La visita vescovile del 15 luglio 1694 non evidenzia infatti particolari carenze se non nei paramenti e nella pulizia del luogo. Viene raccomandato l'acquisto di due casule rosse

e di una nera, di un velo, di un messale da requiem, si invita a tenere pulite le vesti per le funzioni nonchè a rimuovere le tele di ragno dalle pareti.
Si sollecita una disposizione più ordinata degli ex voto collocati senza alcuna simmetria ed infine si invita a conservare in un luogo più sicuro l'icona argentea esposta con

pericolo di furto in sacrestia. Il santo non solo rendeva l'effimero soffio di vita ai fanciulli morti, aiutava anche a recuperare gli oggetti smarriti o faceva miracoli per coloro che

invocavano guarigioni; la sua fama andava comunque allargandosi anche per altri fatti che colpiscono la fantasia collettiva.
Nel 1703 in seguito alla guerra di successione spagnola e alle scorrerie del francese Vendôme nelle valli trentine, si narra che proprio per intercessione del santo il paese di

Dro venisse salvato dal fuoco e dal saccheggio che invece aveva duramente colpito gli altri centri della zona.
La chiesa subì alcuni episodi di spoliazione (asportazione di sacri arredi, paramenti, candelabri) ma nel complesso l'evento passò senza troppi danni. Scrive l'arciprete di Arco

mons. Francesco Santoni (nativo di Ceniga) "Codice autentico e cronologico d'anni Seicento... dei documenti spettanti alla Colleggiata di Arco, Trento 1780" di aver inteso

"più volte dal fu Messer Giovanni Angelini di Dro, uomo nemico giurato della menzogna, ch'egli stesso e molti altri suoi compatriotti andarono incontro all'armata Gallispana,

retrocedeva da Trento e quando inginocchiatosi tutti intorno al Duca Vendôme, supplicarono a braccia aperte e colle lacrime sugli occhi, che perdonar volesse alla loro

comunità e preservarla dall'incendio i meriti di Sant'Antonio, del quale sapevano essere devotissimo il Duca medesimo; e che in riguardo appunto del santo istesso loro

perdonò e promise, che l'armata sua non gli avrebbe in conto alcuno danneggiati, come di fatto avvenne". Per questo miracolo pare che S. Antonio si sia servito della

buona conoscenza del francese di un certo Benuzzi, medico e uomo di cultura che si prestò a fare da traduttore nella supplica.
Dalla seconda metà del Settecento la chiesa di Sant'Antonio perde pian piano il tradizionale alone prodigioso, e pur rimanendo un luogo di notevole devozione si smette di

parlare di miracoli. Gli atti visitali e i documenti successivi dell'archivio non fanno che una rapida menzione dell'edificio.
Nell'Ottocento si scrive che attorno alla cappella vengono sepolti i morti senza battesimo e che il "fabbricato di assai definita grandezza è solido e assai bello e ben tenuto, il

pavimento di bastio è piuttosto scadente, i banchi poi sono in sufficiente stato. Ha questa chiesa un altare di marmo assai maestoso con pala di sant'Antonio bella ben

conservata... Questo santuario è tenuto in molta venerazione dalle popolazioni vicine e perciò vengono celebrate delle messe per divozione. Il pavimento del presbiterio è di

tavolette di marmo con balaustra e ringhiera di ferro".


 

 

 

 

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